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Tornare a dire “grazie” e “che bello”

Io sono una di quelle persone che di certo non le manda a dire. Se un servizio non funziona, lo faccio presente; se un piatto non è buono, lo segnalo al cameriere. Se qualcosa non va, invece di far finta di nulla e di lamentarmi magari con il malcapitato di turno accanto a me in coda, lo faccio presente a chi del servizio ne è responsabile: questo non tanto per lamentarmi, quanto perché credo che il feedback da parte degli utenti sia sempre utile per cercare di migliorare o capire quali possano essere le problematiche di un lavoro.

Non sto zitta di fronte alle ingiustizie, ai piccolo soprusi quotidiani, all’inefficienza, al qualunquismo e più di una volta mi sono ritrovata, per via di questa mia attitudine, in situazioni tutt’altro che piacevoli.

Comunicare, condividere sono per me aspetti delle relazioni umane fondamentali: vedo troppi individui chiusi in sé stessi che si lamentano e basta, ma che non fanno nulla per aiutare – che ne so- anche un piccolo museo a funzionare meglio. A volte, basta davvero una parola.

Come mi lamento e faccio presente i disservizi, sono anche quella che quando qualcosa funziona, ringrazia a fa i complimenti. Non sono del partito “pago spendo esigo pretendo” e la testimonianza che le cose non necessariamente funzionino bene sta proprio nella differenza della qualità del serivizo. Per questo ho cominciato da un bel po’, con maggiore cura e ricorrenza, a complimentarmi con chi lavora bene, con chi cura le persone, con chi è bravo. Spesso l’interlocutore resta interdetto: siamo ormai così poco abituati alla gentilezza che la maggior parte delle persone resta senza parole.

Una buona pizza, delle belle scarpe, un bell’articolo, un servizio puntuale, una commessa gentile: quando succede, io lo dico. E vi invito a fare lo stesso: vi sentirete meglio anche voi.impulse diary impulse diary impulse diary

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